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   Questo è un concetto che vorrei farti comprendere molto chiaramente. Ci sono molti motivi per cui la batteria viene editata oggi. Sfortunatamente è diventata la norma, e credo che sia un problema. Per questo vorrei farti vedere le cose da una prospettiva diversa.

   Tutto è iniziato con l’avvento della drum machine negli anni ottanta. Fino ad allora la musica veniva suonata piuttosto liberamente e spontaneamente. Usare il metronomo non era così comune, neanche in studio di registrazione.

   La velocità di una canzone poteva oscillare un poco e inoltre il metro di misura per valutare la qualità dell’esecuzione era soprattutto il feeling che trasmetteva e non necessariamente il suo livello di perfezione. Basta ascoltare qualsiasi disco di quell’epoca per rendersene conto.

   Poi sono arrivati i computer, e hanno stabilito un nuovo standard di precisione. A dire il vero, uno standard irraggiungibile. Una persona non potrà mai essere in grado di eguagliare quel livello di assoluta precisione artificiale. E questa è un’ottima cosa (tra poco vedremo perché).

   Il fatto è che la scena musicale dominante tende a determinare, come succede per ogni altra cosa e ogni aspetto della cultura, ciò che diventa la nuova normalità. E quando la nuova norma sono diventati i computer, il gioco era fatto. Ai batteristi era improvvisamente richiesto di suonare a quello stesso livello e di fare un aggiustamento in termini di precisione e timing così che tutto potesse suonare bene sincronizzato con le sequenze e le parti programmate.

   Un chiarimento. Nessuna tecnologia è buona o cattiva in senso assoluto. E’ sempre una questione di prospettiva. Qualsiasi progresso tecnologico non è che uno strumento, ed è l’uso che ne facciamo a renderlo positivo o negativo.

   Infatti i computer in realtà sono stati di grande aiuto alla musica, in molti modi: hanno velocizzato il processo creativo, hanno reso possibile ogni tipo di sperimentazione, hanno permesso la creazione di nuovi suoni, hanno dato a ognuno di noi la possibilità di avere il proprio home studio per scrivere e produrre musica, hanno migliorato la qualità del suono… un sacco di roba buona. In più, per quanto riguarda il nostro strumento, ci hanno spinto a migliorare la nostra preparazione tecnica e a sviluppare un migliore senso del tempo, oltre a darci diversi input stilistici.

   Però c’è una cosa che i computer hanno tolto alla musica. O, ad essere precisi, c’è una cosa che gli abbiamo permesso di togliere alla musica. E si da il caso che questa cosa sia la più importante di tutte: l’anima della musica.

   Ok, ma perché, e che cos’è? Cosa intendiamo per anima della musica, dove si trova? Detto in parole povere, siccome la musica è comunicazione, non è che la somma di tutte le sfumature, finezze, piccole variazioni, che contribuiscono a creare forti emozioni nell’ascoltatore. Indovina dove si trovano tutte queste sfumature? Esattamente nelle imperfezioni!

   Ovviamente lo standard qualitativo deve essere alto, e addirittura professionale se fai il musicista nella vita (o anche solo se vuoi fare musica di qualità). Ma c’è una sottile distinzione da fare, perché la qualità non ha niente a che vedere con la perfezione.

   Quando dico imperfezioni non intendo errori. Naturalmente vogliamo che la musica sia ben eseguita e suoni precisa e definita. Parlo di quei piccoli difetti che si trovano nell’intervallo compreso tra ciò che un buon musicista può fare e ciò che una macchina può fare. Piccole imprecisioni dovute all’espressività della performance.

   Mi capita di lavorare con produttori che sono ossessionati dall’idea di quantizzare tutto. Appena finisco di registrare premono il tasto ‘beat detective’ e distruggono la performance. Fa suonare tutto ‘giusto’, anche ‘troppo giusto’, ma il tiro e la magia sono svaniti. Non ti dico quante volte ho dimostrato loro, facendo successivi ascolti alla cieca, che uno stesso take suonava meglio senza alcuna quantizzazione piuttosto che tagliato a fette e messo su una griglia perfetta. Hanno quasi sempre ammesso di preferire il take senza editing.

   Difatti, sai cosa fanno tutti i grandi produttori di musica elettronica per dargli un gran feeling e tiro? Provano a emulare le imperfezioni di un esecutore umano. Negli ultimi anni anche programmi come Garage Band e simili hanno gradualmente iniziato a includere funzionalità che provano a riprodurre fedelmente come suona un batterista in carne e ossa. Fortunatamente, hanno ancora molta strada da fare 😉

   Il punto è questo: non c’è bisogno che sia perfetto, le persone non si relazionano alla perfezione, ma all’autenticità.

   Quindi, probabilmente sapevi già tutte queste cose. Ora andiamo al nocciolo delle questione. E’ ora di applicare questi concetti al modo in cui suoniamo.

   L’approccio che raccomando di adottare è molto semplice e si basa su due passaggi:

1- Fai i compiti. Ossia preparati, studia col click, registrati, sviluppa il tuo timing interno e lavora sulla tua tecnica così che puoi suonare qualsiasi cosa rimanendo rilassato e bilanciato, con un grande suono e senza fare alcuna fatica.

2- Cogli la verità di quel momento. Quando vieni registrato, suona con lo stesso approccio che avresti dal vivo su un palco. Stessa intenzione, stessa passione, stessa intensità. Come se non ci fosse alcuna possibilità di aggiustare niente dopo, hai una sola possibilità. Ciò non comporta andare in ansia, non c’è motivo di aggrapparsi al risultato o sforzarsi troppo. Se c’è qualcosa che ti accorgi di non essere in grado di fare come vorresti, torna al passo numero uno. Ma, per quel giorno, accetta i tuoi limiti.

   Facendo uso di questa semplice filosofia possiamo evitare di cadere nella trappola di suonare mille take e voler rifare le cose mille volte finché non sono ‘perfette’. Fattene una ragione, niente sarà mai perfetto. Ma va bene così perché è sufficiente che semplicemente sembri ‘perfetto’, anche se in realtà non lo è. E il modo di fallo suonare perfetto è quello di concentrarti sul groove, sul feeling e sul goderti l’esperienza. Facendo così tutto va subito a posto. Perché consente alla musica di fare quello che dovrebbe, ossia creare e comunicare emozioni.

   Personalmente a un certo punto ho capito che non mi interessa editare niente di quello che suono. Non perché sono esente da imperfezioni, ma perché sono arrivato ad apprezzare l’autenticità contenuta in un take intero e vero, molto più di quanto mi piace l’idea di sentire un take editato e perfetto.

   Se ti va puoi dare un’occhiata a questo YouTube video che ho registrato tempo fa durante una session in studio. E’ un take intero. Se ascolti con attenzione, puoi notare alcune imprecisioni. Non è perfetto, ma è autentico.

   Un take completo è un’istantanea. E’ come una fotografia di quel momento irripetibile. E’ lì la magia. E’ un vero peccato buttarla via aggiustando tutto e rendendolo artificialmente ineccepibile. Quello che davvero avevi da dire, ciò che davvero ci avevi messo dentro viene spazzato via nel momento in cui premi il tasto edit.

   Un ulteriore aspetto è che, siccome la musica è comunicazione, qualsiasi performance, che si tratti di una canzone, un assolo o anche un intero show, è come una storia. Una storia può solo essere raccontata dall’inizio alla fine, se vogliamo che abbia un impatto sull’ascoltatore. Se una storia viene frammentata, e poi rimessa insieme come un puzzle, l’ascoltatore a livello subliminale sente un senso di sconnessione. Un take intero è invece quella storia completa, unica. Perché buttarla via e trasformarla in un’immagine finta e di plastica?

   La verità e l’autenticità sono le uniche monete di scambio, e sono le uniche cose che davvero desideriamo. Per questo motivo quando vediamo, sentiamo o riconosciamo dell’autenticità, la apprezziamo profondamente. L’arte in definitiva non è che verità. Non c’è arte nella perfezione.

   Insisto su questo aspetto perché so di molti batteristi che in studio registrano 8 misure alla volta, fino a che quelle vanno bene, e poi vanno passano alle successive 8 e rifanno lo stesso fino alla fine della canzone. Che arte ci sarebbe nel suonare così? Non ha alcun senso a mio avviso.

   C’è una sola eccezione che faccio, e di cui ti suggerisco di approfittare anche tu. Come ho detto, la tecnologia è uno strumento. Questo significa che può essere impiegata per fare cose utili, se ne facciamo un uso intelligente.
Ad esempio, diciamo che ho suonato un bellissimo primo take di una canzone, ma, essendo la prima volta che la eseguivo, ho suonato male un certo passaggio. Sarebbe un peccato buttare via quella bella performance a causa di un solo errore.

   Ecco lo scenario nel quale occasionalmente uso l’editing. In una forma molto basilare: copio una o due misure da un altro take e le incollo in quello che mi piace. Viene chiamato ‘composite’ ed molto diverso dalla quantizzazione o dallo spostare i colpi uno ad uno. Discuterò ulteriormente questo argomento in futuro, perché in studio è fondamentale riuscire a catturare la spontaneità e la bellezza che esistono solo nei primi 3 o 4 takes.

   Ogni volta che sei tentato di ‘aggiustare’ una tua esecuzione, ricordati di questo: a meno che non stai cercando di dimostrare qualcosa non c’è niente da temere nel pubblicare materiale imperfetto. E’ tutto nella tua testa. E’ l’ego che vorrebbe che fosse inattaccabile, e non perché ama la bellezza, ma perché vuole pararsi il culo, e nascondere le sue insicurezze. E’ altamente probabile che l’ascoltatore apprezzi la versione difettosa molto più di quella impeccabile.

   Steve Jordan nel suo DVD ha suonato un assolo di batteria, uno dei pochi fatti nella sua carriera. Durante quell’assolo ha perso una bacchetta, e gli ci è voluto un pò a prenderne un’altra. Era in studio, avrebbe potuto fare un altro take. Ma l’ha lasciato così com’era. Perché era stupendo così. E autentico. Avresti avuto il coraggio di fare lo stesso?

Risorse correlate:
‘In Session – How To Sound Great On Records’
‘Click & Timing’ – Altitude Drumming – Volume 6
‘Art & Musicianship’ – Altitude Drumming – Volume 10


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